Voglio buttarmi per cadere verso l'alto

 

in viaggio verso Bouar (RCA)Maigaro, Agosto 2011

È terribilmente difficile cercare di tradurre sulla carta quello che l'esperienza in Repubblica Centrafricana ha rappresentato per me e soprattutto riuscire a farlo rendendo al meglio le mie emozioni e quello che ho provato senza cadere nel retorico e nel banale...la realtà è che sono molto gelosa della mia esperienza e odio quelle persone che pur non essendo minimamente interessate a quello che ho vissuto davvero, a quello che ho fatto e visto, mi dicono “che bello, sei stata in Africa? Ti ammiro...” Ma dai? Se “andare in Africa” deve diventare un motivo di vanto, di stima, per sentirmi dire brava dagli altri, allora avrei preferito starmene a casa! Proprio per evitare questo tendo a parlare il meno possibile di questa esperienza, ma questa volta farò un'eccezione...

La mia “passione” per il continente africano nasce fin da bambina; i miei genitori, con il gruppo missionario del paese, avevano adottato a distanza un bambino del Kenya, Samuel, e scrivere le letterine a questo fratellino lontano era diventato un gioco bellissimo. Ricordo che aspettavo con ansia quella lettera, anche se non capivo bene cosa significasse quell'adozione a distanza. Sapevo solo che mi piaceva molto l'idea di avere un fratellino diverso da me ( avevo visto una sua foto), che però alla fine era uguale a me: a entrambi piaceva disegnare e giocare, entrambi andavamo a scuola ed avevamo molti amici. Poi crescendo abbiamo iniziato a scriverci in inglese ed ero sempre più affascinata dai suoi racconti: mi descriveva i colori della sua terra e il sole che la rendeva arida, mi raccontava di quanto fosse felice di poter studiare, etc...
Ma tutto ciò contrastava radilcamente con quel poco che avevo studiato a scuola: la maestra ci diceva che l'Africa è un paese dove i bambini sono poveri e muoiono di fame, e lui invece mi dice che è felice? E poi, come fa ad essere contento di poter andare a scuola? Io devo andarci per forza, e tante volte mi rompo...non riuscivo a capire quel mondo che ai miei occhi di bambina appariva pieno di contraddizioni, ma che allo stesso tempo mi affascinava.
Quando Samuel ha compiuto i 16 anni ha dovuto lasciare la scuola e quindi l'adozione a distanza: per me ha significato non poter più comunicare con lui, infatti i ragazzi non conoscevano direttamente l'indirizzo degli sponsor ma le lettere venivano spedite dall'istituto. Ricordo solo che nell'ultima lettera che ho ricevuto da lui, c'era scritto: “ I wish you all the best. May your wishes come true” (Ti auguro il meglio e che i tuoi desideri si realizzino); da lì avevo deciso che prima o poi dovevo andare in Africa per poter toccare con mano la realtà che Samuel mi aveva fatto conoscere e che fin da piccola ha tenuto viva la mia curiosità.

Intanto, sempre fin da bambina, i miei genitori mi hanno cresciuto a “pane e volontariato”: entrambi attivi in un'associazione che aiuta i disabili, con la quale passavamo le nostre domeniche e le nostre vacanze estive; con il passare degli anni è diventato quasi naturale per me avere un occhio attento alle esigenze degli altri, rivolto soprattutto a persone in difficoltà, e sono nati così il mio impegno nella Croce Rossa, le mie esperienze con Caritas in Turchia e in Nicaragua, e il mio lavoro di facilitazione linguistica per i neo-arrivati in Italia.
Unendo le due cose, è facile capire cosa mi abbia spinto in Africa...ma come mai proprio la Repubblica Centrafricana, proprio l'ospedale di Maigaro?

In realtà questo viaggio è nato quasi per scherzo, poco più di un anno fa quando, chiacchierando con  Marialaura scopriamo di avere in comune, tra le altre mille cose, anche la “passione” per il continente africano, e un po' per scherzo e un po' per passare il tempo, iniziamo a progettare virtualmente il nostro viaggio: ci proponiamo di cercare contatti, raccogliere informazioni e fare tutte quelle cose che si devono fare quando si deve partire veramente.
Tutto nella mia testa è ancora sotto forma di gioco, ancora non mi sembra vero che da quella chiacchierata il mio sogno sarebbe diventato realtà! Poi vedo tutto prender forma: Marialaura contatta Giovanni, che ci racconta della sua esperienza in Repubblica Centrafricana e ci mostra le foto, ci mettiamo in contatto con Suor Giulia, al gruppo si unisce anche la Fra e...Laura, svegliati! Non stai più sognando: quel viaggio che aspetti da tempo sta pian piano diventando realtà...ma solo dopo aver prenotato il biglietto, fatto il visto e tutte le vaccinazioni possiamo considerarci veramente pronte a partire; recuperiamo i farmaci da portare a Maigaro e un po' di vestitini per i bambini. Giovanni fino all'ultimo ci prepara al peggio per essere sicuro che “riusciamo a sopravvivere” (parole sue...), fin quando il calendario segna martedì 2 agosto 2011.

La prima parte di viaggio è stata la più massacrante: il nostro da Milano  arriva a Parigi alle 22,00 del martedì sera e il volo per Bangui è SOLO alle 11,00 del mattino successivo! Dopo la notte passata in aereoporto, tutto il resto dell'esperienza è stato in discesa!
“Il tempo sembra essersi fermato qui all'aereoporto Charles de Gaulle; i minuti durano ore e le ore giorni...io e Francesca abbiamo avuto tempo per conoscerci un pochino meglio, per fare le parole crociate, per leggere il giornale, per vagare senza meta, per iniziare a mettere per iscritto le emozioni, insomma, per. L'attesa si sta facendo snervante, ma poi realizzo che pochissime ore mi separano dal momento in cui atterreremo a Bangui, e anche questo momento diventa un pochino più leggero.”
Finalmente è mattina, l'aereoporto si popola di gente che si muove freneticamente da un posto all'altro; tante storie, tutte diverse, che si incontrano per pochi attimi, e poi ognuno proseguirà verso il proprio destino, sia esso una spiaggia tropicale, una capitale europea, oppure Bangui...
Sull'aereo cerchiamo di immaginarci come potrà essere il nostro arrivo, dopo tutto il terrorismo psicologico che abbiamo subito...appena sbarcate, un odore nuovo, strano pervade le mie narici: non riesco a dargli una definizione, ma è diventato il “profumo dell'Africa”, che ancora adesso, se chiudo gli occhi e mi concentro, mi sembra quasi di sentire...
In realtà, dopo le prime difficoltà iniziale, siamo uscite incolumi anche da questo, con i nostri bagagli e con tutta la carica possibile, pronte per affrontare la nostra “avventura”...  “ Laura, adesso è ora di dormire, domani ti aspetta un viaggio lungo e intenso...chiudi il diario, e con lui tutti i pensieri e le domande che ti porti dietro da giorni, da mesi, e qualcuna anche da anni...Buonanotte mondo, buonanotte Africa!”
Già di prima mattina il caldo e l'umidità si fanno sentire prepotentemente; ci aspetta un lungo viaggio, la strada per arrivare fino a Maigaro è tanta, e di certo non è l'autostrada del sole!
“ Guardo questa interminabile strada di terra rossa snodarsi davanti a noi e dietro di noi, quasi fosse un lungo serpente che avanza tra la vegetazione fitta e rigogliosa, e la mia testa corre indietro nel tempo: mi ritrovo bambina, mentre leggo le lettere di Samuel e immagino la sua terra e sogno di vederla un giorno,  “quando sarò grande”... e ora che “sono grande” e quella terra è davanti ai miei occhi, che riesco a vedere di persona quei colori, assaporarne i profumi, sono un spaventata da quello che mi aspetta, come una bambina. E intanto i miei pensieri percorrono chilometri, si mischiano con la manioca stesa a seccare a lato della strada, tornano a girare vorticosamente nella testa, per poi perdersi di nuovo tra gli alberi...”

Finalmente, dopo interminabili ore di viaggo, eccoci a destinazione: che accoglienza! Ci sentiamo subito a casa, non ci mettiamo molto ad ambientarci...il tempo di portare le nostre cose in casetta, e facciamo un “giro di ricognizione” in ospedale...fin da subito, dal primo ingresso in ospedale ci rendiamo conto che quello sarebbe stato il nostro “posto di lavoro” per 3 settimane...ci sono tantissime cose da fare, e tra le tante rimango impressionata dalla farmacia, che da lì a poco sarebbe diventata il nostro incubo! Suor Giulia ci ha affidato il compito ingrato di sistemare tutti gli scaffali e riordinare i farmaci, controllare il materiale sanitario, metterlo in ordine di scadenza, etc... A prima vista quelle scatolette colorate, di varie dimensioni non ci sembrava così tante, ma abbiamo dovuto ricrederci...ogni volta che svuotavamo uno scaffale, lo pulivamo e rimettevamo a posto quello che avevamo tolto, le scatole sembravano essersi miracolosamente moltiplicate! Inutile sottolineare che questo fantastico compito è riuscito a tenerci impegnate per tutte e 3 le settimane.

Laura a MaigaroIn realtà questa è stata solamente una delle nostre mansioni: Francesca, ormai studentessa “vissuta” di infermieristica, si è dedicata maggiormente a medicazioni, elettrocardiogrammi e aspetti più strettamente “sanitari”, mentre io vengo destinata al centro nutrizionale e alle cure igieniche dei bimbi. “ Il momento del bagnetto mattutino è ancora, dopo un po' di giorni, quello che mi estranea di più dalla realtà e mi proietta nello strano universo parallelo dei miei pensieri...tolgo i vestitini sudici, e mi rendo conto di quanto in realtà, addosso a loro, gran parte di queste magliettine o pantalonicini siano riempiti solo da aria...questi corpicini mi appaiono così fragili, per un momento ho quasi paura di poterli spezzare per la troppa forza delle mie mani...poi li guardo, bagnati come pulcini, con quegli occhi grandi e profondi che nascondono un tutto un mondo, e non posso fare a meno di immaginarmi tra qualche anno, quando forse riuscirò anche io ad essere infermiera...sì, è quello che voglio!”

Mi rendo conto di non aver ancora detto una cosa fondamentale, utile a capire quello che l'Africa ha significato per me. Sono partita da insegnante di inglese, quello era il mio lavoro fino a qualche mese prima, ed il lavoro che avrei dovuto riprendere una manciata di giorni dopo il mio ritorno...già, “avrei dovuto”, il condizionale è la forma verbale più appropriata in questo caso... “ bastano poche parole, ed è subito crisi...che cosa sto facendo? Mai come in questo momento mi sono sentita in balìa del vento e della tempesta, la mia tenda è completamente lacerata, vengo sbattuta di qua e di là inerme, senza oppormi...non sono più padrona della mia vita, da anni sto facendo quello una cosa che non mi realizza, ma che per comodità trascino avanti...mi guardo dentro, e vedo solo il vuoto di una persona che per pigrizia e per la paura di smuovere le acque è diventata falsa ipocrita...Laura, riprendi in mano la tua vita! Qui mi sto veramente rendendo conto di quanto realmente siamo di passaggio in questa vita; è giusto che io continui a fare una cosa che non mi rende felice, solo per non far arrabbiare i miei? Resto in silenzio, sento la pioggia battere insistentemente sui vetri e sul tetto...se solo questa pioggia potesse lavar via un po' di questi maledetti pensieri! E intanto, nel silenzio mi nascono nel cuore le parole di una canzone che avrò sentito mille volte, ma che forse non ho mai ascoltato veramente:
“Signor, prendi la mia vita
prima che l'attesa
consumi gli anni in me.
Io sono attento a ciò che chiedi,
qualunque cosa sia,
Tu chiamami a servir...”
Le faccio mie in una sorta di preghiera, prima di abbandonarmi al sonno.”

L'esperienza all'ospedale di Maigaro mi ha aiutato ad aprire gli occhi su quello che volevo e dovevo fare veramente, mi ha aiutato a trovare la forza per affrontare il test per il corso di laurea in Infermieristica una volta tornata a casa, lasciando il lavoro sicuro e suscitando il disappunto dei miei genitori. Ma se non fosse stato per tutto questo, probabilmente ora non sarei schiacciata dal peso del libro di Anatomia, con l'esame imminente che pende sulla mia testa come una spada di Damocle! Mai mi sarei aspettata di essere così contenta di essere tornata a studiare...

Lo so che tutto questo sembra  una cascata di parole messe insieme un po' a casaccio, e forse in realtà è veramente così...per ora è tutto, Singîla mîngi, Maigaro!

Laura

 
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