Donna africana, tu e non io…perché?

Essendo praticamente quasi impossibile intervenire sulle credenze culturali molto radicate nelle persone adulte, bisogna intervenire sui giovani, sui piccoli. La via maestra per farlo è la scuola. Attraverso la scuola elementare e l’istituto  tecnico si dà una formazione di base, si insegna a ragionare, a reagire, ad esprimere e sostenere i propri diritti. Certi comportamenti possono essere veramente gestiti e cambiati solo dalla donna attraverso la sua lotta paziente, ma tenace, la consapevolezza di difendere il proprio destino e quello di tante altre persone per passare da vittime a protagoniste della loro storia.

Ecco alcune storie vere che bene illustrano  talune condizioni della donna, oggi, in Africa :

  1. La vedova

    Un costume che ho visto applicare in moltissimi casi è quello riguardante le vedove. Ve lo illustro attraverso una vicenda vissuta.

    Quando la signora Rosina, mamma di suor Brigitte, una nostra ex alunna ora religiosa, perse il marito fu accusata dai cognati di averlo ucciso tramite stregoneria. C’è da premettere che lei aveva fatto un matrimonio d’amore e che  i cognati non avevano mai accettato che il fratello, infermiere, avesse sposato la bella maestrina. Avrebbero preferito un’analfabeta, come loro. Dopo la sepoltura del marito, Rosina è buttata fuori di casa senza niente, neppure il letto, le lenzuola, un mobile. La vedova, come è costume, viene espropriata di tutto. Eppure la casa nuova, quasi finita, l’avevano costruita lei ed il marito con tutti i loro risparmi. Non ha più nulla; solo i figli restano con lei, grazie alle pressioni della figlia suora Brigitte, che si oppone vigorosamente allo smembramento della famiglia. Essendo religiosa, dunque vicina a Dio, gli zii la temono. Dio potrebbe punirli. Religione e magia si confondono in un contrasto stridente, ma inscindibile in questa cultura. Negli altri casi, i figli vengono sottratti alla madre e « restituiti » alla famiglia del marito. Egli, infatti, avendo « acquistato la donna » tramite il pagamento della dote ai suoceri, ne ha acquisito la proprietà ed i suoi frutti. Nel nostro caso, i figli restano con la madre. Tuttavia, ogni qualvolta la signora Rosina passa, per forza, davanti alla casa dei cognati per recarsi a scuola, qualcuno le sussurra dietro « Ecco quella che ha ucciso nostro fratello… » In più le viene chiesto di sottoporsi alla prova della verità. Deve cioè piantare un banano con le sue proprie mani.  Se attecchirà sarà considerata innocente, se la pianta morirà, la vedova sarà considerata colpevole e degna di morte. In molti casi la vendetta si compie perché di notte qualcuno innaffia la pianticella con dell’acqua bollente. Sostenuta da noi  e dalla figlia, mamma Rosina rifiuta di sottoporsi ad una simile prova. In seguito, noi parliamo con il Provveditore agli studi che, considerato il caso sociale, trasferisce la signora Rosina in un’altra città, a oltre 200 km di distanza. La comunità decide di aiutarla nella costruzione di una nuova abitazione. Ma quante altre soccombono, fatalmente?
  2. La ragazza madre

    Christelle è un’adolescente che frequenta la nostra scuola nel 2003, iscritta al terzo anno di corso, ad un passo dal diploma. E’ orfana, un triste destino per una ragazza, qui. Infatti  Christelle si sente sopportata, di peso nella famiglia degli zii, già molto poveri e costretti a mantenere anche lei. Christelle è molto bella, slanciata, di una fine bellezza naturale e di carattere dolce, remissiva. Per fuggire dalla situazione familiare in cui vive accetta di frequentare un ragazzo che dice di volerle bene e le promette un avvenire felice. Christelle ci crede. Alla fine dell’anno, quando Sr Daniela le prova il vestito per la cresima, si accorge  che la ragazza è incinta. Benché sostenuta da noi  negli studi, Christelle non ha resistito al richiamo più forte dell’amore e del suo bisogno di protezione. Non potrà più frequentare il collegio, dovendosi occupare del figlio. Gli zii la tengono fino alla nascita del bambino e poi « la consegnano » alla famiglia del marito, anche lui studente, senza lavoro. La situazione degenera, qualche tempo dopo Christelle si ritrova sola, a vendere frittelle lungo la strada, quando le suore le offrono farina, zucchero, olio. Ben presto il bambino risulta malnutrito, non mangia a sufficienza, come del resto la madre. E’ curato in dispensario varie volte. Successivamente Christelle incontra un altro ragazzo che si innamora di lei, sempre molto bella. Vivono insieme, sembrano felici, nasce il secondo bambino, poi un terzo, che non sopravviverà. La giovane comincia a non star bene, vomita, dimagrisce, ha spesso la malaria, poi… il verdetto fatale: malata di AIDS, contaminata dal marito. Lui non dimostra per nulla i segni del male devastatore che invece si acuisce sempre di più in lei. Viene gravemente accusata di aver trasmesso il virus al marito, mentre invece  è vero il contrario, sembra certo.  I figli sono «restituiti ai nonni paterni rispettivi. Christelle è di nuovo sola : la paura, la vergogna, l’angoscia, la spingono a nascondersi, come un animale ferito. Dolce per carattere, schiva e timorosa da sempre, non ha la forza di lottare. Per lungo tempo non la vediamo più. E’ riapparsa sei mesi fa nel nostro dispensario, ormai in fin di vita, pesava meno di 25 Kg. Sul volto emaciato ho riconosciuto lo sguardo supplichevole dell’adolescente un tempo così bella, ancora ignara della triste sorte che avrebbe spezzato la sua fragile vita e ora sola, di fronte ad un male incurabile, sola in cammino verso la morte. Nessuno dei due compagni si fa vivo; Christelle non può rivedere i figli, nessuno si presenta per assisterla. Durante la breve degenza solo le sue suore le sono accanto e soddisfano ogni suo desiderio di cibo… che neppure riesce a mangiare. Tra le lacrime, chiede spesso scusa del suo passato (!!!), supplica di pensare ai suoi bambini, ringrazia e chiede preghiere. Muore tra le mie braccia, una sera profumata di maggio. Assistendola ho visto ciò che significa esalare l’ultimo respiro. Per oltre mezz’ora, infatti, la respirazione dapprima toracica, si accorciava risalendo via via più sù fino a svanire sulle labbra. Ciò le costava uno sforzo immane, come ripescare dal fondo quello che non c’era ormai più: una lotta tra vita e morte. Christelle, sempre lucida, ha visto la morte ghermirla nel fiore della sua giovinezza, a soli 26 anni, stroncata dal destino di essere orfana, donna e povera in un paese sottosviluppato. Ho pianto di dolore e di rabbia per una sorte così ingiusta. Ancora una volta ho riflettuto sul fatto che nessuno sceglie quando e dove nascere. Anch’io sarei potuta venire al mondo in una di queste capanne, rimanere senza genitori, conoscere una sorte simile a quella di Christelle e di tante altre vittime infelici. Donna africana, tu e non io?... perché ? Allora, umilmente riconosco di aver ricevuto tanto, per mia fortuna, non per scelta. E mentre ringrazio Dio per gli innumerevoli doni accordatimi, si rafforza in me il desiderio già così vivo di continuare a formare giovani donne nel collegio di Maigaro perché la storia di Christelle, una di loro, non si ripeta più.

  3. Donna vittima

    le materie base, nell’Istituto tecnico professionale di Maigaro (RCA) figura la puericultura. Questo perché la disciplina comporta conoscenze fondamentali per la madre ed il bambino. Le ragazze imparano come gestire una buona gravidanza, la nascita, l’igiene  e la corretta alimentazione del bambino perché cresca sano e forte. L’ignoranza è spesso infatti all’origine di aborti, nascite premature, mortalità infantile in genere. Accanto alla nostra scuola è operativo un piccolo ospedale ove le cure della maternità sono prioritarie. Vi è anche un centro nutrizionale per bambini colpiti da grave insufficienza alimentare. Spesso visitiamo questo centro perché la ragazze constatino le conseguenze di tanta ignoranza aggravata dalla povertà e si diano da fare in seguito per combatterla. Nel mese di maggio è dunque giunta al centro nutrizionale, Myriam, una bambina di otto anni il cui  peso era di sei (dico 6 kg) !
    Figlia di pastori nomadi di religione tendenzialmente musulmana è arrivata a questo stadio di deperimento fisico ed organico perché alla madre non era consentito di ricoverarla. Perché?  Perché, per farlo, doveva avere il permesso del marito… Essendo il padre stato assente per oltre quattro mesi, la donna ha atteso nell’impotenza e nell’angoscia che il suo uomo tornasse e l’autorizzasse a portare la figlia in ospedale. Intanto la bambina, sempre più indebolita rifiutava il cibo. Debilitata al massimo, non faceva che piagnucolare con una infinita tristezza in fondo agli occhi scavati dalla fame. Per «recuperarla », se ci si riuscirà, serviranno almeno quattro mesi di cure per una lenta ripresa. Bisogna dapprima somministrarle un latte speciale, come fosse un bébé, poi le pappate ed infine del solido. Passerà del tempo. Bisognerà provvedere ad alimentare in contemporanea anche la madre e i parenti che assistono Myriam. Speriamo abbiano la pazienza necessaria alla sopravvivenza della piccola. Di fronte a fatti di questo genere, come non sentirsi sgomenti, addolorati, in rivolta, dentro? Al tempo stesso proviamo un’infinita compassione per queste madri talora ancora bambine a cui è stata inculcata una sudditanza riverente verso il marito, padrone del loro destino e di quello dei figli.

Con affetto e stima, Suor Antonella, Agnese Lago

 
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