Lettera dalla Repubblica Centrafricana

 

 

Giovanni a MaigaròCarissimi amici

Raccontare dell'Africa è per me come sfogliare ad occhi chiusi le pagine di un diario non ancora terminato...ci provo, raccontando un po' questo primo mese in Terra Africana.

Sono partito dall'Italia, con negli occhi e nella mente le persone viste e salutate nei giorni precedenti, qualche "lacrima" c'è stata. Non partivo come le altre volte per due o tre settimane, ma il tempo che trascorrerò qui sarò molto di più. Sono partito con l'emozione come ho detto, dei saluti, con la gioia di tornare in una terra di cui mi sono "innamorato", con le sue difficoltà, i suoi "problemi", con le sue persone...ma anche con tante domande...

Eccomi dunque arrivare nel tardo pomeriggio di mercoledì 26 ottobre a Bangui, la capitale, il primo impatto non è come le altre volte, non c'è quel caldo umido che mi aveva accolto nei precedenti arrivi. Però poi in aereoporto la solita routine: ossia la solita confusione, fogli da compilare, ovviamente si trova il doppio della gente che c'era sull'aereo, e non ti chiedi più "da dove arrivano tutte queste persone", il solito  "amico" che mi aspetta, (facile per lui riconoscermi!!!!!) con in mano un foglio con in evidenza la scritta "Marmottone", la solita trafila, la "lotta" per prendere (e non farsi rubare) le proprie valige, e la solita scenetta davanti ai militari, con il tau ben in vista dicendo "mission catholique". Una volta usciti ecco p. Beniamino pronto a accoglierci (con me c'era Sofia, una ragazza che ha fatto un esperienza di un mese all'ospedale di Maigarò vicino a Bouar) nel piazzale, e dopo i saluti di rito, ecco già la prima bella notizie, una di quelle notizie che ti fa esclamare "iniziamo bene", ossia "ah Giò, c'è il colera!!!". In effetti ci sono stati e ci dei casi di colera sia in capitale, sia nella zona dove mi trovo io.

Il giorno dopo eccoci di buon mattina sulla jeep, che dalla capitale ci portava a Bouar, poco più di 450 km, su strade in parte asfaltate e in parte, non saprei bene come descriverle: fatto stà che essendo anche il periodo finale della stagione delle piogge, il viaggio è durato poco più di 7 ore.

Eccomi dunque a Bouar. La mia "casa" per i prossimi mesi. Che bello ritrovare fin da subito persone conosciute nelle precedenti esperienze qui.

Pian piano si è iniziato ad entrare e riabituarsi alla realtà africana, con il suo clima, il sui tempi (molto lunghi!!!), le persone e il cibo (sul quale "soffro" ancora un pò!!!). A parte tutto, non è stato molto facile, o meglio una volta arrivato qui, ho sentito molto il distacco. Ora va molto meglio, dopo un mese ho già fatto alcune esperienze, anche abbastanza forti, ho conosciuta gente nuova, e soprattutto le persone qui, bambini ragazzi e adulti, iniziano a conoscermi, certo per loro è facile, si accorgono subito che c'è "qualcuno di nuovo!" Per i bambini ancora più semplice, hanno imparato il mio nome in fretta, e ogni pomeriggio, appena terminata la scuola, che è "à cotè de l'eglise" eccoli arrivare, e mi chiedo, banalmente, come fanno a starci tutti nell'edificio della scuola!!!

In questo primo mese, ho già fatto alcune "esperienze" come andare in ospedale, a Maigarò, a dieci km dalla missione della parrocchia di Fatima a Bouar, dove risiedo.

Che dire?! Eccomi all'ingresso, subito, dopo essere entrato, mi porto verso l'ufficio della "capa", così la chiamo, ossia suor Giulia, appena mi vede, ride (chissà perchè!!??eheheh) e mi abbraccia. Un abbraccio di ben arrivato, anzi di ben tornato. In questi mesi, precedenti al mio ritorno qui in Centrafrica avevo pensieri su "cosa avrei fatto" e su "cosa avrei vissuto"... di certo ero sicuro che sarei tornato anche solo per un saluto a Maigarò, dove ho lasciato parte del mio "cuore".

Quanti bambini!!!! Eccoli che mi vengono incontro, subito ne riconosco alcuni, li avevo conosciuti l'anno scorso, ma ecco che "noto delle differenze". Li avveo lasciati tristi, poco "socievoli" e sopratutto non sorridevano...invece ora eccoli, pieni di gioia, di felicità, pieni di voglia di giocare e soprattutto di sorridere.

Subito suor Giulia mi "mette al lavoro", eccomi "in azione" con uno di loro, per dargli da mangiare nella cucina del dispensario. Mi guardo attorno, seduto con loro, in mezzo a loro, tutti che mangiavano la propria parte, non lasciando neanche una "briciola".

E poi via, per i corridoi sempre "mano nella mano" con loro, dopo pochi giorni ecco che "l'Africa" mi ha ripreso, o meglio ACCOLTO!

Nel frattempo qui a Bouar, sono arrivati anche altri due italiani volontari, per due-tre settimane di lavoro per quanto riguarda i collegamenti internet, istallazione e posizionamento di antenne e collegamenti con le altre missioni presenti qui in città.

Con loro, insieme ovviamente a p. Beniamino, due settimane fa siamo partiti "per un weekend" nella brousse, con tutti i confort del caso, albergo a 5 stelle del villaggio,colazioni pranzi e cena a buffet, con una grande quantità e varietà di cibo, ognuno di noi aveva la propria camera ... bene ma passiamo alla realtà: è stata una due giorni molto intensa, siamo arrivati in questo villaggio (Gbassorè), nel pieno della brousse, dove proprio in quei giorni si svolgeva una festa e un incontro di giovani dei vari villaggi, che p. Beniamino ha consuetudine visitare, una volta ogni mese e mezzo circa (sono parecchi e la distanza in alcuni casi è notevole). Canti balli, ritmi africani, che pian piano ti prendevano, alla sera dopo una cena a base di manioca e carne (non si sa bene di che animale) e per fortuna avevamo con noi anche il buon "vecchio" salamino, eccoci davanti alla scuola di villaggio dove veniva proiettato con tecniche molto tecnologiche un film, ovviamente era presente quasi tutta la gente del villaggio un evento quasi unico per loro!!

Poi a letto, tutti noi, per terra nella cappella del villaggio, beh, sicuramente non siamo stati soli in quella notte, c'era sempre qualche animaletto,non ben definito che ci faceva compagnia in quella notte.

Il giorno dopo, la domenica facciamo ritorno in città, e tornando sembra quasi di tornare nella "civiltà", ma si torna pieni di gioia, e sopratutto pieni di gratitudine: si qui hanno ben poco, ma di certo ovunque si va, non manca mai l'accoglienza: ti vedono diverso, ti vedono "bianco" e quindi da un lato sanno bene che arrivi da lontano, che hai lasciato "casa" per andare da loro, anche se, dall'altro lato, non sanno da dove possa arrivare, non importa, e per questo, ecco che i bambini fino ad arrivare al capo villaggio, ti accolgono, ti stringono la mano dicendoti "baramò" "balao" il loro benvenuto. Certo forse hanno poco di materiale, ma da questo punto di vista anche noi "occidentali" abbiamo qualcosa da imparare!

Mi accorgo che ho scritto davvero tanto, e avrei tante altre cose da dirvi, come i progetti che sono partiti qui nella missione, con le varie realtà presenti; allo stesso tempo vi ho parlato in parte di quello che ho iniziato a vivere qui sulla Terra Rossa d'Africa. Certo non tutte le cose vanno bene, ma proprio per questo vorrei concludere questa lettera con un articolo che in questi giorni ho trovato sfogliando delle riviste qui in casa: è la parte finale di un articolo scritto più o meno 3 anni fa da un sacerdote, dopo il suo primo viaggio proprio qui a Boaur, tra l'altro ho avuto la fortuna di conoscerlo essendo ora il responsabile della casa dei malati terminali di aids a Monteporzio alle porte di Roma, casa in cui ho trascorso dei giorni in preparazione della mia esperienza africa.

Ve lo riporto qui, perchè in un certo senso vi può far capire, spero, quello che una persona può vivere qui, emozioni contrastanti, quello di bello che posso avervi scritto in precedenza, e le "difficoltà" che ci sono:

"... ma per un altra parte l'impatto con la realtà della gente di Bouar mi ha tagliato in due. Ora so che è assolutamente necessario avere uno scudo, uno schermo, forse una corazza per affrontare quella realtà e io non mi sono preparato.

Ho capito, dopo alcuni giorni, perchè è inevitabile e indispensabile che i missionari, i volontari, i funzionari, i "nordici", ricostruiscano isole di vita all'occidente in Africa e facciano imponenti spedizioni per far arrivare il cemento, il gruppo elettrogeno, le pompe per i pozzi, i gipponi, i ponti radio,la pasta Barilla i salamini e ele "mitiche" penne biro. Perchè credo che ci siano voluti milioni di anni per adattarsi a vivere nella savana e imparare a sopravvivere bevendo l'acqua melmosa dei fiumi, dormendo per terra, in case di terra, in compagnia di ogni specie di insetto, ragno o parassita, camminando per giorni senza preoccuparsi del cibo, del tempo, del domani, mangiando - quando si riesce - cose che non avrei mai pensato fossero commestibili e in compagnia del fuoco, il più prezioso ma allo stesso tempo il più devastante amico della gente qui. Io ho capito che possiamo solo "trasferirci" in Africa e che la distanza tra noi e loro, resterà, chissà per quanto tempo, incolmabile.

Ma non è questa dolorosa distanza tra le nostre condizioni di vita e quella della gente di Bouar o dei villaggi qui che mi ha lacerato di più. Il più profondo senso di devastazione che mi è rimasto dentro è quello che ho percepito della misera vita dei bambini, delle donne, dei giovani, dei malati e dei soldati. Ho dentro troppi segni del dolore che ho provato per questa gente e non mi riesce di dispiacermi solo al confronto tra noi e loro, tra le condizioni di vita del sud e del nord del mondo. La cosa che mi ha segnato di più è percepire che la vita in Africa non vale niente. I bambini non valgono niente; come nella legge del branco, i cuccioli devono sopravvivere da sè e cominciano ad essere vestiti e quindi considerati solo se e quando possono lavorare e contribuire. Le donne non valgono nulla fino all'età fertile poi diventano "proprietà" da usare. I giovani, i malati e i soldati, chiunque non ha futuro. Praticamente tutti sono "costretti" a vivere alla giornata e con la concreta minaccia di non arrivare nemmeno alla fine del giorno per il più tragico e banale degli incidenti.

Tante cose mi hanno lacerato in questo impatto con questa realtà e spero, col tempo, di vedere la situazione con più serenità ma per adesso ci sto proprio male".

Non so se sono riuscito a trasmettervi anche in piccola parte quello che sto vivendo, spero di si!!

 

con affetto

Giò

Bouar, 24 novembre 2011

 
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