Singîla Mîngi Bêafrîka! Un colpo all'anima.

 

Francesca con i bambini di MaigaròAfrica. Un viaggio atteso e desiderato da tempo. Finalmente nell’Agosto 2011 si è realizzato.

02.08.2011

Giornata di partenza. Sono all’aeroporto di Parigi. Le ore faticano a passare,passo la notte di fronte all’area check-in delle classi Business e Affaires. Guardo Laura,la mia compagna di viaggio e sorrido speranzosa.

 

03.08.2011

Cappuccino francese, bleah. Niente a che fare con  quello italiano. Ore di attesa asfissianti e neanche i controllori sanno dov’è Bangui.

Finalmente l’aereo sta per partire, un’ ora di ritardo. L’aereo è pieno,europei ce ne sono. Sono in tensione. Da qui non posso più scendere. Il sogno si sta avverando. Sono stanca,cerco di prendere sonno. Puzzo,passare la notte in aeroporto é deleterio.

ore 17.00 Sto per atterrare. Nell’orecchie passa “Stairway to heaven” dei Led Zeppelin. Lacrime di gioia. Ecco la terra rossa, la foresta, tante case bianche sotto di me.

Francesca a Maigaròore 20.00. Sono nel centro di accoglienza. Scesa dall’aereo il controllo passaporti non é stato così traumatico. Ma l’arrivo delle valige, che incubo! Un caldo asfissiante che penetrava nella pelle, due facchini che troviamo e perdiamo, sudavo e avevo la felpa che non potevo togliere per non  avere troppe cose in mano. Tutti i bagagli buttati sul nastro,le valige passavano ma le nostre non le vedevamo. Ero tesa,spaventata. Finalmente le ho viste,le ho prese. Ora controllo. I facchini erano spariti con i nostri 30€, non ricordavo il numero della loro divisa,le facce mi sembravano tutte uguali. Guardavo Laura e le nostre valige,ero a pezzi. Finalmente i facchini(i nostri!)sono giunti,ho contrattato sul prezzo,alla fine abbiamo dato10€ a testa alle guardie e non ci hanno aperto i bagagli. Continuavo a chiedere al facchino di portarmi da Sr. Giulia,lui voleva altri soldi ma non gliene ho dati. Ero bagnata,fradicia. Siamo uscite dal cancello dell’aeroporto ed ecco la nostra salvezza: Sr.Giulia. Mi sono sentita al sicuro,protetta. Abbiamo passato con la jeep le strade della capitale,ecco la vita. Siamo arrivate al centro di accoglienza e sono rimasta stupita  dall’ordine e dalla pulizia.

 

04.08.2011

Ho faticato ad addormentarmi. Tensione,paura,stanchezza. Esco dalla porta della stanza e vedo sorrisi attorno a me. L’autista ormai sa già il mio nome, mi fermo a parlare un po’ con suo figlio. L’umidità ci assale. Laura mi guarda sconsolata. C’è tempo solo per un caffé,la suora carica in macchina medicinali e alimenti(pasta e pomodoro in scatola!) per la missione.

Si parte! Passiamo da villaggi, la gente si accalca al mercato. Verde,piante,immense distese di foresta. Sul ciglio della strada vedi persone camminare e ti chiedi dove vanno(i villaggi distano chilometri tra loro); puntellata qua è là qualche capanna di mattoni dove attorno ci sono uomini seduti che guardano attoniti il nulla. Mi chiedo come fanno a passare il tempo. Sembrano tutti nullafacenti, senza scopo. Solo le donne al bordo della strada lavorano: essiccano la manioca. La strada diventa tortuosa. La jeep sobbalza,le gocce di pioggia cominciano a cadere dal cielo. Qui ci sono continue barriere da passare(sono delle stanghe che un militare o un addetto dello stato alza); per fortuna non ci hanno mai fermato a controllare documenti o altro. Pioggia battente,barriera. L’autista suona il clacson ma non arriva nessuno. Lampi all’orizzonte,strada allagata. Sr. Giulia scende ed entra in un capanno a cercare qualcuno. Eccolo,si era addormentato. Dicendo che trasportiamo vaccini(una bufala) riusciamo a far accelerare i tempi e possiamo passare. Ora dritti a Bouar e poi Maigarò.

 

ore 17.00

Maigarò.La vegetazione fa da padrona, fiori rigogliosi crescono attorno agli edifici della missione. Ci accolgono tutti con il sorriso, i nostri affettati e il grana sono una benedizione(qui si mangia solo italiano!). Casa, questa è la sensazione che provo.  E’come se avessi vissuto qui un’altra vita, o forse mi ero preparata al peggio del peggio.

 

ore 21.00

Doccia fatta,cena consumata. E’ ora di andare a dormire. Fuori la pioggia scroscia a fiotti, qui é considerata una benedizione: la natura rinasce  e porta alimento per tutti.Bonne Nuit.

 

05.08.2011

Ore 6.30 sono in piedi, una veloce sistemata e colazione sia! Caffé latte e torta,meglio di così non si può iniziare la giornata. Prima giornata all’ospedale. Alle 7.30 ogni mattina inizia il giro medico. Ma che giro! Io, Sr. Giulia, Laura, Francesca(una pediatria italiana), il medico locale, due infermieri(qui non hanno una formazione come la nostra, sono come gli Oss ), un ingegnere di laboratorio e Antoine(un infermiere francese) tutti in una stanza! Manca un’organizzazione, Sr. Giulia dice che se dovesse lasciare lavorare da soli i centrafricani l’ospedale non andrebbe più avanti. Non c’é collaborazione tra il personale,non esiste un’assistenza infermieristica, a mala pena si associa il paziente alla malattia. I pazienti sono stipati in camere da 6/8 letti, le mosche regnano da padrone nelle stanze, puzza di pipì che ti si insinua nel naso. In una camera convivono persone con tubercolosi, AIDS, ascite, epilettici,tumorali. Non hanno il senso della pulizia, delle condizioni igieniche di base. Sono lasciati qua dalla famiglia, chissà se li vengono a trovare. C’é un via vai continuo di gente, molti pazienti non sono neanche in camera quando fai il giro. Quelli che ci sono soffrono in silenzio, non c’é nessuno che si lamenta. Vedo qualche flebo lasciata lì a “vegetare”, nessuno butta via quelle finite.

Rimango sbigottita quando vedo decine di donne ricoverate con i figli o incinte. Per alcune é la dodicesima gravidanza e non avranno raggiunto la soglia dei 30 anni.

Qui l’età é un optional, nessuno sa la propria età(in effetti a cosa serve se nei villaggi non esiste la burocrazia?), non hanno un metodo per contare gli anni (i calendari non esistono!).

Negli occhi dei pazienti leggo la rassegnazione, la stanchezza. Chissà forse non capiscono l’utilità dell’ospedale.

Alla fine di questo”fantastico” giro medico posso dedicarmi alle mie attività infermieristiche. Indosso un camice (italiano, dell’ospedale di Sesto) e vado ad affiancare l’infermiere anestesista(!) che medica le piaghe. Non capisco perché indossi un camice e guanti sterili quando basterebbe un lavaggio antisettico delle mani. All’inizio sono stata un po’ titubante nel compiere le mie azioni, poi piano piano abbiamo cominciato a parlare l’un l’altro, a raccontare di noi, del lavoro in ospedale. Tutto in francese.

Ecco i miei pazienti: un bimbo é caduto nel fuoco durante un attacco epilettico(convulsioni e clonie) e si é causato una piaga sulla testa, un ragazzo é cascato da una jeep(qui è la normalità viaggiare sui tetti delle jeep per ottimizzare gli spazi) e si é creato una lesione lungo tutta la gamba, altre piaghe che ho curato erano dovute all’immunodeficienza da HIV associate alla malnutrizione. Sembra un bollettino di guerra ma qui é la normalità.

Pomeriggio: Sr. Giulia ci porta a conoscere i bambini dell’orfanotrofio situato vicino all’ospedale. Appena ci vedono corrono verso di noi e gridano”Madame, madame”. Sono bellissimi. I loro occhi poi, mi ci perderei. Corrono, urlano, fanno ciò che i bambini italiani hanno smesso di fare tempo fa. Ti sorridono, ti abbracciano. Li facciamo giocare a bandiera, quanto si divertono. Si mettono a cantare canzoni e recitare filastrocche che hanno imparato a scuola. Non posso far altro che emozionarmi. Mi prendono la mano, mi toccano i capelli e il viso. Li stringo forti a me, voglio donare loro il mio affetto.

Si gioca al tiro alla fune, tutti giù per terra, ci si lancia l’erba. Che spensieratezza! Che gioia che mi trasmettono,non me ne voglio andare via di qua. Loro sono il mio sogno.

 

Estratti (06-08-2011/ 20-08-2011)

06.08 Butto l’occhio verso la cucina riservata ai parenti dei degenti e noto una sporcizia immensa. Fumo mischiato a carne, acqua da ogni parte, galline e maiali che camminano qua e là. Loro sono abituati a vivere così, mi chiedo se é giusto. Mi sento impotente davanti a questa situazione. Mentalità sbagliata difficile da estirpare, mi chiedo quanto serva il nostro aiuto qui.

All’ospedale molto spesso succede che le persone arrivano, stanno qua finché si sentono di avere ripreso le forze(ma non sono guarite!) e se ne vanno a casa. Così; il più delle volte, dopo due/tre settimane muoiono per setticemia o complicanze.

Ah, l’arte dell’arrangiarsi e fare economia con il poco materiale che c’é qua. Sto imparando anche io, a discapito di tutto quello che mi insegnano in Italia, a utilizzare i guanti per più pazienti. Almeno li lavo ogni volta.

07.08 Amo i campi, profumo di libertà. Amo queste suore che battibeccano su ogni cosa e mi fanno ridere a crepapelle. Amo vestirmi sciatta e scivolare sul fango con le infradito.

08.08 Mi accorgo di nuove negligenze: prelievo a malata di AIDS senza guanti, olé! Quando impareranno a proteggersi? Flebo non deflussata, non so vuoi iniettare aria nelle vene?. Cerco di lasciare che la mia mente pensi ad altro,comincio a fotografare. Voglio che le persone si rendano veramente conto di com’é l’Africa.

09.08 Come iniziare meglio la mattinata se non con la morte di una bambina?  Aveva 3,3 di emoglobina e non hanno fatto la trasfusione in fretta. Non ho pianto per rispetto. Anche la morte qui é diversa. Niente condoglianze, niente abbracci ad una madre disperata. La bambina é stata svestita ed avvolta in un telo. Solo il muto silenzio della rassegnazione. Ancora una volta l’impotenza davanti agli eventi.

10.08 Oggi é S.Lorenzo, giorno delle stelle cadenti. Qui é nuvoloso, un forte acquazzone é caduto nel pomeriggio,niente stelle per me.  L’Africa é libertà, riscoprire la bellezza di leggere dopo mesi di soli libri universitari é stata una dolce sorpresa. Niente tv, Ipod. Solo la mia voce, quella di Laura, dei bambini,delle suore, di Judith, Antoine, della gente africana. Solo il miagolio di Ado che ci attende al ritorno nella casetta. Liberare la mente.

11.08 Vado con Antoine in carcere a fare le medicazioni. Entriamo in un piccolo stanzino buio, ci preparano un tavolo e due assi, questo sarà la nostra”sala visite”. Prima é tempo di dare un’occhiata generale ai carcerati, ci aprono le sbarre, sorrido timidamente. Uno schifo, ecco dove vivono. E dicono che questa sia la migliore prigione del paese. Stanze buie, fredde, solo qualche stuoia per terra, all’aperto ci sono latrine e cisterne per i bisogni e la doccia, non c’è pavimentazione. La parte più bella del carcere é la cappella,buffo. Per terra frammenti di qualsiasi cosa, li guardo negli occhi e mi sento vuota. Iniziamo le visite. Tutti hanno problemi intestinali o alle vie urinarie, le condizioni igieniche non facilitano la riduzione delle malattie. Molti sono scarni, la razione di cibo è di due volte a settimana. Li vedi scorrere davanti a me,ragazzi della mia età, la stanchezza e il vuoto negli occhi. Messi in carcere per furti e condannati a pene lunghe. Il caso più eclatante é un uomo di 94 anni,soldato dell’armata francese negli anni in cui la Repubblica Centrafricana ne era una colonia,recluso per stregoneria. Non merita di finire così i suoi giorni!

Finite le visite, vado da sola nelle celle dei carcerati e faccio loro delle foto. Arrivano in massa, si spintonano pur di rimanere in una foto. Ridono di loro guardandosi nello schermo, é un diversivo pure questo.

12.08 Ho insegnato i bambini a battere le mani al tempo di “Smoke on the water”. Rock in Africa.

Duro lavoro nella sistemazione della farmacia, oggi abbiamo pulito ben 30 scaffali. Sono stanca, finalmente domani weekend.

13.08Un bambino mi dice che sono la sua mamma. Lo spupazzo tutto, quanto é bello?

15.08 Bilancio negativo del giorno: un vecchietto malato di ernia é morto, trovato così durante il giro, nessun parente ci ha avvisato; una donna ha partorito un figlio morto, l’ostetrica lo impacchetta con freddezza come un pollo. Qui si vive così la morte: fredda,nuda,di fretta,nessuno spazio per le emozioni.

18.08 Nebbia fitta stamattina, freddo,pioggerella insistente, la k-way é d’obbligo. Ho visto il mio primo parto naturale. Che gioia, tremo ancora a pensare ai primi vagiti.

19.08 Pomeriggio all’insegna dei cartoni animati della Disney. Quante risate che mi sono fatta. La cosa più bella é stata alla fine del “Re Leone” cantare e ballare con i bambini “Hakuna Matata”. Non é mancato neppure Antoine che ha soprannominato me e Laura come Timon e Pumba.

20.07 Ultimo giorno in ospedale. Ultimi bagnetti ai bambini e sorpresa! Mi sono cimentata in mondina. Le mie scarpe affondavano nel pantano,le calze bianche ormai erano solo un ricordo. Il sole era alto,sudavo. Mi impantanavo fino al collo ma non importava. Mi sono tolta le scarpe, terra nuda sotto i miei piedi. Correvo come una bambina.  Catino alla mano, l’ho riempito d’acqua e via una lavata. Come una massaia sono andata in lavanderia e ho lavato le scarpe. Ho sempre amato la campagna,i campi. Proprio in Africa dovevo provare a fare la contadina.

 

Guardo il tramonto e mi sento piena di gioia, i villaggi al calar del sole non sembrano così malsani. Li guardo con gli occhi da sognatrice, per un momento immagino la felicità di una famiglia attorno al focolare mentre preparano la cena, i bambini che intonano canti. Francesca sogna, qui la realtà é ben altra.

Francesca

 
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