Storie di bimbi orfani di genitori viventi


Natale: un bimbo deposto in una mangiatoia che i semplici pastori vengono ad adorare e che i magi sapienti riconoscono come re e Signore. Dio si fa uomo e ne assume la povertà  in tutte le sue dimensioni. La povertà di chi manca di mezzi, la povertà interiore di chi si sente solo, abbandonato, infelice, pur disponendo di benessere materiale. Vivendo in Africa, tra gente bisognosa, accosto naturalmente la vicenda di Gesù, nato in una stalla perchè non v’era posto per lui, a quella di tanti bambini di qui: poveri, rifiutati e strappati alla madre, dopo la morte del padre.

 


Penso a Joachim che ha perduto il papà all’età di cinque anni. La mamma lo ama moltissimo ma non ha diritto a tenerlo con sé. Joachim è «proprietà» della famiglia paterna che ha pagato la dote richiesta dai suoceri al momento del matrimonio. Ho tanto cercato di far capire al nonno che il bambino sarebbe stato infelice lontano dalla mamma, nella famiglia in cui non era cresciuto. Non si può’ e non si vuole capire, prevale un senso di egoistica appartenenza al nucleo della famiglia paterna per cui i diritti del bambino non esistono. Jaochim, prima bambino sorridente e solare, ora ha perso ogni gioia di vivere, la tristezza gli si é stampata in volto. In più il nonno o lo zio che lo tiene con sé lo usano come strumento per la richiesta continua di cose  che non sono destinate a lui, ma piuttosto vendute al mercatino del villaggio. Per qualche anno Joachin è venuto a scuola . Pur manifestando un’intelligenza viva, pur essendo stato seguito in vari modi, non ha mai imparato a leggere. C’é in lui un blocco a livello psicologico che gli impedisce di progredire, la sofferenza di un abbandono mai capito, un bisogno di affetto a cui nessuno in famiglia risponde. Il bambino ha smesso di venire a scuola, passa ore e ore in brousse a cacciare uccelli, grilli e topi che poi vende. La natura, madre e confidente, accoglie il grido soffocato della sua pena.
Ogni tanto si affaccia ancora qui, scontroso e intimidito dalla sua sconfitta, ma in fondo agli occhi umidi resta la sua richiesta di amore, di un pezzo di pane, di una caramella, di un pallone.

Boniface e Luisa hanno perduto il loro papà Haito, giovane forte e gran lavoratore, l’anno scorso, dopo Natale.  Una meningite fulminante l’ha stroncato in qualche giorno. Suo padre, contadino di giorno e stregone la notte, si é opposto alla richiesta del figlio di essere curato nel nostro dispensario, situato tra l’altro quasi di fronte alla sua casa. Nessuno ha potuto opporsi alla sua volontà, alle sue sicure affermazioni che si trattava di una cattiva sorte gettata sul figlio e che bisognava piuttosto cercare il colpevole del misfatto. In poco tempo il male ha piegato la resistenza del giovane Haito che è deceduto tra la costernazione generale. Boniface, suo figlio, ha probabilmente dieci anni, ma  la statura di uno di quattro, cinque al massimo. Luisa ne ha otto. Dopo la morte del padre sono stati sottratti alla madre. Per un certo tempo sono vissuti a Bouar con il nonno, che nel frattempo ha dovuto lasciare Maigaro perchè osteggiato da tutti. Ora sono di nuovo qui, ma affidati ad una zia che non li ama. La casa della madre è poco lontana, ma Luisa e Boniface non hanno diritto a recarsi da lei. Sono impiegati nei lavori domestici. La piccola Luisa giorni fa aveva il palmo della mano  bruciato. Ci ha raccontato che, non essendo riuscita a girare con abbastanza forza l’impasto di manioca per fare la boule, la zia, per punirla, le ha mantenuto per qualche minuto la mano sulla pentola rovente  posata sul fuoco.


Queste sono storie ordinarie dei nostri bambini, qui. La mancanza di cibo, di igiene, l’ignoranza e, purtroppo la piaga dell’AIDS, mietono sempre più vittime, lasciano sempre più orfani indifesi, talora colpiti essi stessi dal male e destinati alla sofferenza e all’abbandono.
Dinanzi alla culla del bambino Gesù depongo tanta sofferenza innocente, ma al tempo stesso mi chiedo perchè qualcuno nasca, apparentemente, per soffrire.  Mistero della vita e del cuore dell’uomo. Quello che sconcerta é il sorriso di questi bambini, capaci di godere di nulla e che nulla pretendono. Ci insegnano tanto: a ringraziare innanzitutto per i tanti beni di cui godiamo noi, senza averli meritati; a ricordarci che tali beni non sono esclusivamente per noi, ma che siamo chiamati alla condivisione, a gesti di amore e di solidarietà. Ci ricordano che dobbiamo uscire dal cerchio delle nostre sicurezze,  paure e preoccupazioni per vedere il fratello che soffre accanto a noi, la persona che ha bisogno di un servizio, di un sorriso, di un dono.
Come i re magi, cerchiamo anche noi la stella…Guidati dalla luce dell’amore, troveremo a chi offrire i nostri doni.

 

Sr Antonella Lago, Preside Scuola Tecnica Femminile Maïgaro

 
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