Storia della Repubblica Centrafricana in breve

Resti archeologici indicano che, ancor prima dell'ascesa dell'impero egizio, esisteva già una civiltà, di cui non si conosce molto, nella regione attualmente occupata dalla Repubblica Centrafricana, e che i pigmei furono i primi, tra gli abitanti odierni, a insediarsi lì. Più di 1000 anni fa ci furono a est migrazioni dal Sudan e a ovest dal Camerun. Verso il 1600 lo schiavismo imperversava e i villaggi erano costantemente invasi dai conquistatori arabi provenienti dal Ciad e dal Sudan, così come dai mercanti di schiavi europei che giungevano dalla costa. Interi villaggi del nord furono sterminati e alla fine dell'800 gli schiavi erano ancora venduti al mercato del Cairo. Oggi la Repubblica Centrafricana è uno degli stati africani meno popolati.


Quando le potenze europee si spartirono l'Africa, alla Francia andò gran parte della regione centrale. Il governo francese si accorse subito di non possedere il savoir-faire per sfruttare la regione appieno, così la divise in 17 concessioni governative che servì su un piatto d'argento a delle compagnie europee, in cambio del 15% sui profitti più una quota annua. Queste compagnie non si rivelarono certo datori di lavoro illuminati. Impiegarono infatti la popolazione locale in condizioni di semi-schiavitù e chi si ribellava o cercava di scappare veniva ucciso o torturato: migliaia di persone vennero sterminate.


La resistenza opposta al governo francese si affievolì alla fine degli anni '20, schiacciata dal peso della repressione, della carestia e dell'epidemia di vaiolo, tuttavia la pratica di utilizzare lavoro non retribuito e forzato portò ad una nuova serie di sommosse nel decennio successivo. Durante la seconda guerra mondiale, quando le esportazioni di cotone e diamanti raggiunsero livelli da record, la colonia era diventata una base ideale per la caccia grossa. Alla Francia la regione faceva troppo comodo per potervi rinunciare tanto facilmente, così si dovette aspettare la fine della seconda guerra mondiale prima di veder riaffiorare un movimento nazionalista non solo di nome ma di fatto.


Nel 1949 il carismatico leader Barthelemy Bocanda fondò il primo partito politico, il Mouvement d'Evolution Sociale de l'Afrique Noire, che chiedeva l'indipendenza. Bocanda morì in un misterioso incidente aereo nel 1959 e il suo successore, David Dacko, divenne il primo presidente del paese. Il modo di governare di Dacko divenne presto repressivo e dittatoriale, e nel 1966, quando il paese era praticamente in ginocchio, Jean-Bédel Bokassa, guidò con successo un colpo di stato.


Come leader Bokassa era fatto della stessa pasta di Idi Amin d'Uganda. Si occupò personalmente di giudicare i dissidenti del regime e in alcuni casi prese addiritura parte all'esecuzione pubblica: si arrogò i più importanti dicasteri e tentò di spazzar via ogni forma di opposizione. La Francia, che per parte sua aveva messo gli occhi sui giacimenti di uranio a Bakouma e sulle riserve di caccia grossa al confine con il Sudan (patrocinio dell'ex presidente francese Giscard d'Estaing), continuò ad assecondare Bokassa e a tenere in piedi la sua economia. Questi intanto dilapidava i prestiti stranieri in progetti che servivano esclusivamente ad aumentare il suo prestigio (la più scandalosa delle sue 'fantasie' fu quella di farsi incoronare, nel '77, imperatore di un ribattezzato Impero dell'Africa Centrale). I Francesi pagarono salato il conto degli eventi del '77: circa 20 milioni di dollari, quasi l'equivalente del prodotto interno lordo annuale della Repubblica Centrafricana.


Il crollo di Bokassa avvenne nel 1979, dopo il viaggio in Libia per una richiesta di aiuto. I Francesi architettarono un piccolo gioco delle sedie richiamando l'ex presidente Dacko, che però risultò impopolare. Nel 1981 il generale André Kolingba, capo dell'esercito, si impadronì del potere. Promise di tornare a un governo civile ma i progressi in quella direzione furono terribilmente lenti. Quello stesso anno Bokassa rientrò nel paese convinto che Kolingba non avrebbe osato incriminarlo. Fu dichiarato colpevole di tradimento, assassinio e cannibalismo, quindi condannato a morte, pena tramutata poi in carcere a vita. La sua morte, avvenuta nel 1996, passò quasi sotto silenzio da parte della stampa locale.


Kolingba tirò avanti posticipando le elezioni fino al 1993, ma venne definitivamente sconfitto dal civile Ange-Félix Patassé, eletto in ottobre. Poteva essere l'inizio di una nuova era, fu invece un'alba fredda e triste poiché Patassé impose un governo di uomini della sua tribù. La dura realtà di una nazione con finanze e infrastrutture nel caos si fece sentire con violenza: nel 1996 alcuni dissidenti dell'esercito furono protagonisti di azioni violente. Lo stato di violenza che opponeva da una parte il governo, dall'altra i gruppi militari e i civili in rivolta, si inasprì riguardo a questioni quali i bassi salari, le condizioni di vita precaria e l'assenza di rappresentanze politiche per alcune etnie. Questo stato di tensione ha svuotato le casse dello Stato, rovinato l'imprenditoria locale e in parte minato la struttura sociale del paese. L'espulsione da parte del governo di un giornalista (gennaio 1999) conferma che la libertà di stampa resta un concetto di difficile acquisizione.


Il presidente Patassé (già primo ministro di Bokassa negli anni Settanta) è sopravvissuto a un tentativo di colpo di stato (ideato, ad opera dell'ex presidente Kolingba) nel maggio del 2001 con l'aiuto della Libia e dei ribelli congolesi. La rappresaglia ha colpito in particolare l'etnia yakoma, alla quale appartiene Kolingba.


La Repubblica Centrafricana è dilaniata dalla guerra civile, iniziata il 25 ottobre 2002, che oppone François Bozizé, ex capo delle forze armate, al presidente Félix Patassé. Nata come ammutinamento di una parte dell'esercito, lasciato senza paga, è degenerata in colpo di stato; ma i ribelli non sono riusciti a prendere il potere, attizzano il conflitto in tutto il paese, riaccendendo rivalse etniche, nazionaliste e politiche. I ribelli di Bozizé hanno iniziato a mettere a ferro e fuoco la capitale Bangui all'alba del 25 ottobre. Sei giorni dopo sono intervenute le forze del Movimento di liberazione del Congo (Mlc) che Patassé aveva chiamato in soccorso. Mlc e un contingente libico, che dal maggio 2001 è di stanza per proteggere il presidente Patassé, hanno scacciato i ribelli dalla capitale, spingendoli a nord-ovest, verso il confine con il Ciad. Patassé ha accusato il Ciad, ove Bozizé aveva soggiornato a lungo, di fomentare la rivolta. Ai primi di novembre, salvo sporadici scontri a nord-ovest, la situazione sembrava essere risolta. Ma il paese è divenuto ostaggio dei 3.000 uomini del Mlc che compiono stupri e razzie. Al posto del contingente libico, all'inizio di gennaio 2003 è giunta una forza di interposizione della Comunità economica degli Stati dell'Africa centrale, guidata dal Gabon, che presidia la capitale. Tuttavia, poiché l'esercito regolare centrafricano è a pezzi, la Repubblica è una specie di terra di nessuno con i ribelli che dal loro quartier generale di Bossangoa saccheggiano indisturbati.

Il 15 marzo, un colpo di stato guidato dall’ex generale Francois Bozizé, ha rovesciato il governo di Ange-Felix Patassé. Le reazioni della comunità internazionale sono state ambivalenti. Da un lato, la preoccupazione per l’ennesimo colpo di stato perpetrato nel continente africano contro un governo legittimamente eletto; dall'altro, l'attesa di vedere quali saranno gli sviluppi futuri, soprattutto riguardo al contrasto del traffico di armi e materie prime, di cui la Repubblica Centroafricana è una delle principali basi in Africa centrale.


La scena politica centrafricana rischia una nuova crisi sui criteri di ammissibilità dei candidati alle elezioni del maggio 2005, mentre l'empasse economica non accenna a risolversi: il governo non paga gli stipendi e, per questo, molte piccole imprese rischiano di fallire. Alle presidenziali del maggio 2005, Bozizé ha comunque ottenuto un netto vantaggio.

 
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